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Il primato mondiale di Tupac Shakur nella cultura rap universale

The soul of black, le anime del popolo nero.

Nella mia concezione estetica musicale le anime del popolo nero hanno un posto di particolare rilevanza.

La loro innata predisposizione a creare melodie malinconico-euforiche, l’accostamento del tono di voce profondo e ricco d’echi, greve basso e silenzioso, però potente, in grado di muovere la mia coscienza. È quanto di più vicino ad una musica divina, se con «divina» s’intende quella musica in grado di appagare un bisogno inesorabile di ricerca d’equilibrio.

Per un attimo credi di aver compreso il senso del tutto, di averlo persino stretto tra le mani. Ma è fugace tale sensazione, tanto quanto le note di quella canzone.

Il preambolo potrebbe lasciar largo spazio a digressioni filosofiche sul senso della musica, sul suo significato e sull’orgine della sua forma. Discussioni che non saprei sostenere, quindi riverso la mia attenzione e le mie parole su altro.

Rap è un genere di nicchia, per quanto oggigiorno largamente diffuso, incapace di piacere a tutti: fa sorridere, ma è così. La sua origine, seppur indatabile, è riconducibile agli anni ’70. Esso forma parte, insieme ad altri tre elementi, del «Quadrivium» della cultura Hip Hop. Il suddetto genere musicale non riscontra il favore di buona parte delle persone probabilmente per la sua origine malfamata, i ritmi concitati e calzanti (delle volte eccessivamente) ed un generale pregiudizio nei confronti di ciò a cui non si è abituati. Con queste mie parole non voglio salvare il genere nella sua totalità, perché ovviamente di feccia ce n’è molta. Salvo, dedico le mie parole a chi tutt’ora, a più di vent’anni dalla sua morte, con le sue parole e la sua musica riecheggia negli stereo di chi lo ascolta, vive nei pensieri di chi lotta contro la forza impari della repressione e fomenta l’animo dei più malinconici: Tupac Shakur.

È uno di quegli uomini in grado di far scuola da solo nel suo campo, ma sopratutto in grado di distinguersi per valori etici e morali granitici, applicati alla sua stessa vita sino al momento della sua morte (avvenuta all’età di venticinque anni), nonostante ogni singola persona da lui aiutata gli avesse voltato le spalle. È stato quell’uomo che è stato in grado di far conoscere il benessere economico a chi, fino a quel momento, si era nutrito di miseria, e aveva fatto conoscere a tutti i giovani afroamericani della sua generazione una nuova voglia di libertà.

Se questo è poco…

Un «aneddoto» che viene immediatamente associato al nome di Tupac Shakur è relativo alla sua morte. Molti credono (i più nostalgici) che la sua morte biologica fosse stata solo inscenata. Questa convinzione deriva dalla conoscenza approfondita di Tupac dei testi letterari e filosofici di Niccolò Machiavelli, il quale teorizzava che per evadere da un ambiente potenzialmente pericoloso, il soggetto sarebbe dovuto fingersi morto (o quantomeno inscenare la sua morte) per rifugiarsi altrove. Evidenze di questa ipotesi sono riscontrabili nel suo album capolavoro della musica hip hop “The Don Killuminati: The 7 Day Theory”, ricco di citazioni dei testi machiavellici. L’album fu inoltre firmato dall’artista con il nuovo pseudonimo di Makaveli, chiaro rimando al cognome del filosofo.

Tupac Shakur vive nelle radici di un genere universalmente considerato incolto, il quale però si nutre di conoscenza per dar respiro a testi manifesto di una cultura oppressa.

E magari Tupac Shakur vive sulle calde spiagge di Cuba fumando sigari, chi sa.

A posteriori credo sia impossibile trovare le parole, le sole parole, per esprimere un giudizio che vada oltre il semplice disgusto.

Il filmato è forte. 

Accade in Italia.

http://www.iene.mediaset.it/puntate/2017/03/19/toffa-italia-bari-bambini-in-vendita_10971.shtml

Perenne illusione sensoriale

Se la teoria dovesse essere definitivamente comprovata, potremmo ritrovarci a convivere con la possibilità di vivere in una «perenne illusione sensoriale».

Chi o cosa dà origine a questo ologramma?

https://motherboard.vice.com/it/article/ci-sono-nuove-prove-che-luniverso-sia-un-ologramma?utm_source=mbtwitterit

gnōthi sautón

Mi è chiaro, perfettamente chiaro, ciò che ho intenzione di studiare per l’intero mio cammino. Voglio che la mente e l’animo degli uomini siano l’argomento della mia vita. Questo non lo sapevo, ma lo avevo deciso da tempo.

Un matrimonio da tempo annunciato, un matrimonio di stampo platonico, un matrimonio non consumato. «Non consumato» secondo senso comune. Perché io quelle pagine, le pagine di quei libri che mi hanno permesso di avvicinarmi a ciò amo, le ho consumate. Tanto che ora non appaiono più come pagine di un libro teorico, ma come lo spazio ritagliato da una persona per i propri appunti di vita.

Le dolci, briose e solenni note dell’intramontabile musica classica di Mozart accompagnano le mie ore di studio e lettura. Per un attimo mi distraggo, riesco a percepire gli accordi suonati nella Marcia Turca, il loro suono è profondo, grave, greve oserei dire. Come fanno ad amalgamarsi tanto perfettamente allora con il motivo principale, armonico e leggiadro, della melodia?

Le ore passano, io leggo. Prendo coscienza del fatto che ciò vogliamo studiare, analizzare, conoscere sia troppo ampio.

Conoscere me stesso, conoscere gli uomini. Povero stolto! «Non lo sai che è impossibile?»

Sì, lo so che è impossibile, voglio però provare a conoscere.

Voglio provare a conoscere tutto ciò che venuto prima di me, in maniera dettagliata e completa. Mi è inevitabile chiedermi quando riuscirò ad archiviare questo mio obbiettivo. Forse mai.

Nel caso un giorno ci riuscissi, progetto di continuare a conoscere, di creare, e non dimenticare mai ciò che ho conosciuto.

Se solo potessimo slegarci da quell’assurdo vincolo (spazio)-temporale, probabilmente l’inesorabile flusso del tempo ci apparirebbe meno ostile. Probabilmente avremmo la forza necessaria per lasciare l’impronta indelebile del nostro pensiero, fugace e diveniente.

Il libro crea stupore ed origina disperazione.

Il libro è il fatuo riflesso del pensiero di un uomo.

Il libro raccoglie in sé quanto di più bello un uomo sia in grado di creare.

Sogno il tempo in cui i libri rispecchieranno veramente il pensiero che abita gli uomini, sogno il tempo in cui i libri non creeranno più disperazione. Perché nella mia mente sarà arrivato il tempo in cui riusciremo a comprendere noi stessi.

 

È morto…

Nello scrivere un articolo di elogio per una persona recentemente scomparsa, soprattutto ed unicamente se essa ha fatto parte del panorama culturale della storia dell’umanità, ci si può ritrovare nella spiacevole posizione di colui/colei che vuole essere a tutti i costi il paladino della cultura e dell’informazione. Personalmente odio chi elogia senza realmente elogiare, e non mi ritengo facente parte di questa categoria. D’altro canto, la sviolinata che sto per fare la ritengo doverosa, assolutamente doverosa.

Oggi muore Zygmunt Bauman, uomo di sociologia. Oltre a morire un uomo, e di conseguenza chiudersi un capitolo di vita, si chiude il capitolo della sociologia contemporanea.

La morte di un uomo si rivela ancora una volta un eccezionale spunto di riflessione per chi alla sua morte è tenuto ad assistere impotente. Chi dopo di lui sarà in grado di comprendere, o meglio, ipotizzare l’esistenza e descrivere gli invisibili meccanismi che permettono alla nostra società di funzionare? La nostra società ha un futuro o è destinata a smantellarsi inesorabilmente? Come progredirà la nostra società? Sono domande a cui solo chi è capace di leggere tra le righe del complesso sistema che formiamo può tentare di rispondere.

«Società» e «sviluppo tecnologico» sono parole fastidiosamente sulla bocca di tutti oggigiorno, ma di fatto lo sviluppo tecnologico a cui siamo soggetti in quest’epoca comporta una continua modificazione del sistema societario. La continua modificazione della società muta di conseguenza in modo inesorabile «il modo di fare sociologia», i temi ed i concetti trattati non saranno più gli stessi delle società che ci hanno preceduto. Per questo motivo Bauman rappresenta il punto di stacco tra la sociologia contemporanea ed una sociologia «postcontemporanea» tutt’altro che definita.

«Qual è il fine della mia esistenza?»

Più volte si è affacciata al balcone della mia mente quella pericolosa, diabolica e sibillina domanda: «Qual è il fine della mia esistenza?».

La suddetta domanda porta con sé infiniti dubbi, vane convinzioni e disperate ricerche di significato.

Con le spalle al muro, ma a viso aperto, ogni uomo nell’arco della sua vita si ritroverà in numerosissime occasioni a fronteggiare quest’ostico ed insidioso nemico, capace di ribaltare ogni più strenua convinzione e uccidere l’anima, senza pietà alcuna.

La provvisorietà delle variegate e cospicue riposte che riusciamo a dare a questa domanda ha il solo fine di accrescere la nostra persona, di illuderla ed infine di umiliarla nel peggiore dei modi, privando essa delle proprie certezze.

La domanda diventa quindi fautrice dell’atto più deplorevole ed ignobile, il furto. Attraverso la sua stessa natura, la domanda si impadronisce dei pilastri che fondano i miei valori morali, etici e vitali, facendoli crollare al mio cospetto. Mi priva di quanto più prezioso la vita è in grado di creare: pensieri, idee e convizioni.

Dietro ogni domanda si cela un uomo. Il fautore primo di questo drammatico accadimento è quindi l’uomo stesso? Perché un uomo avrebbe il desiderio di rubare a se stesso con l’intento di umiliarsi e creare in sé infinita disperazione?

In questo punto si ferma ciò che sono riuscito a costruire negli anni, e in questo punto mi ritrovo incapace di proseguire. Scarno, no? All’interno della mia scatola cranica i pensieri apparivano molto più vaporosi, espansi e ricchi di sfumature. Ai miei occhi, messi per iscritto, hanno perso la loro magia.

Alcuni giorni fa mi sono ritrovato per caso a leggere un articolo di una rivista di attualità che seguo costantemente, che spiegava quali potessero essere gli eventuali scenari che si sarebbero venuti a creare nel caso il Nord Corea, e più precisamente Kim Jong-un, avesse deciso si scagliare qualche testata nucleare contro le coste e l’entroterra degli Stati Uniti d’America. (L’articolo che tratta l’argomento in maniera molto più tecnica e approfondita di me https://www.vice.com/it/article/cosa-succederebbe-di-preciso-se-la-corea-del-nord-bombardasse-gli-stati-uniti).

L’eventualità che tutto ciò accada è remota, ma da una persona quale Kim Jong-un, capace di abrogare il Natale e sostituirlo con la celebrazione della sua dolce e cara nonna, mi aspetto qualunque cosa. Dicendo ciò, potrebbe sembrare io mi voglia schierare dalla parte degli Stati Uniti, nulla di più errato. Da negligente infame mi schiero dalla parte del caso, almeno in questa occasione, dato che la mia presa di posizione non può impedire ciò che eventualmente può accadere.

Donald Trump, uomo dalle politiche discutibili, tra le sue in-annoverabili qualità ha quella dell’arroganza. La risoluzione di un probabile conflitto tra prepotenti «Arroganze» come può risolversi, se non attraverso il massiccio uso di violenza?

Da una parte c’è chi vuole distruggere ciò che viviamo.

Bill Gates, padre di Microsoft, uomo di cultura e persona attiva nella complesso piano per salvare il mondo, insieme a sua moglie Melinda Gates ha scritto una lettera indirizzata agli abitanti del pianeta Terra, nella quale affronta argomenti di importanza vitale. Nella lettera, Bill Gates presenta la sua equazione per salvare il «nostro» (amato) pianeta:

P x S x E x C = CO2

L’equazione rappresenta le fonti di produzione di anidride carbonica presenti sul nostro pianeta. «P» sta per popolazione mondiale, «S» sta per servizi, «E» sta per energia, mentre «C» sta per la quantità di carbonio emessa per unità energetica. Il risultato è l’indesiderata CO2. Senza considerare il fatto che mi sembra geniale poter riassumere in un’equazione uno, o forse il più grande problema della nostra epoca, Bill Gates, sfruttando il principio matematico secondo il quale portando a zero uno dei fattori i risultato sarà zero, vuole costruire su quest’equazione il piano per poter salvare il mondo, e invita tutti coloro che sono intenti nello studio di materie scientifiche a presentare i propri progetti per contribuire a questa colossale impresa.

Qual è quindi il valore che può essere portato a zero per cessare di conseguenza le emissioni di CO2?

La popolazione mondiale è in costante aumento, ed entro il 2050 è previsto un incremento di essa a 9 miliardi dai 7 attuali, è improbabile quindi un azzeramento di questo valore;

La quantità di servizi offerti è in costante aumento, improbabile un azzeramento anche di questo valore;

La quantità di energia consumata è anch’essa in aumento del 50% entro il 2050;

La quantità di carbonio emessa per unità energetica è il valore chiave, colui che può essere portato a zero e dare luce ai nostri futuri.

L’articolo da cui mi sono informato riguardo l’argomento: http://motherboard.vice.com/it/read/equazione-bill-gates-salvare-il-mondo-

Da una parte c’è chi vuole salvare ciò che viviamo.

Chiudo questa lunga e tediante chiosa e mi avvicino alla conclusione.

Da una parte c’è chi ciò che viviamo lo vuole distruggere, da una parte c’è chi ciò che viviamo lo vuole salvare. Dall’esterno appare vivido e chiaro quale sia il fine dell’esistenza di queste persone, e ironicamente il fine delle nostre esistenze dipende da queste persone.

Di fatto, dalla comparsa dell’uomo sulla terra, egli non ha fatto altro che infliggere ed infliggersi morte e guerra, con la volontà poi di ricucire frettolosamente lo strappo creato, per poi tornare, con la stessa fretta, agli ancestrali intenti.

Che le nostre vite siano una mera contemplazione della nostra stessa distruzione?

Una riflessione sul mio personale valore della lingua

Ritorno a cinque anni fa, quando fui messo di fronte all’oneroso dovere di scegliere il continuo della mia carriera studentesca. Accantonai l’improbabile decisione di frequentare un istituto alberghiero (al tempo la cucina era una mia passione) per dedicarmi allo studio delle lingue, con la volontà di girare il mondo, intento comune a quasi ogni ragazzo/a di 13/14 anni, o almeno credo.

Il mio pensiero a riguardo è cambiato notevolmente, non trovo più interesse da molto tempo a questa parte nello studiare lingue con il mero intento di girare il mondo e conoscere nuove culture”.

Nella mia testa è attecchita la convinzione che il raggiungimento di una condizione di conoscenza di una lingua straniera pari o quantomeno paragonabile a quella della propria lingua madre è pressoché irraggiungibile. Per raggiungere un livello di bilinguismo bisogna dedicare probabilmente una vita allo studio di una seconda lingua, e io non credo di poter e voler dedicare la mia vita allo studio delle lingue. Questo per me rappresenta un limite attualmente invalicabile.

C’è chi sostiene che l’unico fine, o almeno il principale fine dello studio delle lingue sia la tanto ambita comunicazione. Portando alle estreme conseguenze questa posizione, di contro una persona potrebbe affermare che tanto varrebbe ridurre la ricchezza lessicale di una lingua ad un modo di comunicare simile a quello coniato da George Orwell nel suo celeberriamo romanzo “1984”, dove gli abitanti di Pista Uno e dei tre continenti comunicano attraverso la Neolingua. Ma dubito che una persona che assume come proprio caposaldo l’obbiettivo di comunicare si trovi in accordo con quest’ultima posizione.

La fortuna riservata a coloro che hanno la possibilità di studiare lingue è lo studio dei testi della letteratura di una qualsivoglia lingua. Un limite che mi autopongo privandomi dello studio delle lingue è quello di non poter conoscere la ricchezza, il significato intrinseco e la magnificenza dei testi letterari e filosofici che compongono l’immenso panorama delle letterature mondiali. Mi sono rassegnato: quei testi prima o poi nella mia vita avrò il piacere di leggerli in traduzione, ma con la consapevolezza di non poter assaporare la reale potenza e magia che abitano le singole parole da cui quei capolavori sono composti, perché come si ben si dice “traduttore, traditore”.

La poliglottia, se stimolata sin dall’età infantile, favorisce nel bambino una conformazione cerebrale caratterizzata da un elevato grado di sensibilità, creatività, capacità di risoluzione e intelligenza, come spiega il neurologo e neuropsichiatra Franco Fabbro nel suo libro “Neuropedagogia delle lingue”, molto molto molto meglio di me.

Cosa allora mi fa desistere dallo studiare lingue, e privarmi così della magnificenza delle letterature e di un cervello estremamente sensibile, creativo, risoluto e risolutore, e intelligente; se così si può dire?

Semplicemente perché nel tempo ho scoperto di essere innamorato perdutamente della mia lingua, l’italiano. La sua elegenza e la sua solennità non hanno eguali, il suo suono armonico ed armonioso, le sue variegate strutture, la sua immensa ricchezza lessicale non hanno diretti concorrenti. Ma il motivo più profondo che mi lega alla mia lingua è la possibilità che essa mi offre di poter convertire i pensieri in parole, con la stessa potenza che hanno quando ancora abitano la mia mente, cosa che un’altra lingua non mi permetterebbe.

E come lei, anche lo zio capiva tutto al primo sguardo, e sapeva esprimere i pensieri nella stessa forma in cui salgono alla mente, quando sono ancora vivi e non hanno perduto il loro senso.

– Boris Pasternak, ne “Il Dottor Zivago”.

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